Gaetano Quagliariello e i servizi segreti

Gaetano Quagliariello e i servizi segreti

[...] Non sono più le sciabole incrociate degli ultimi giorni ma il conflitto è ancora aperto. Il "falco" finiano, Carmelo Briguglio tre giorni fa ha attaccato Il Giornale (che ha avviato l'inchiesta sulla casa di Montecarlo della quale, accusa il deputato di Fli, si occupa una firma "che contiene il cognome di un noto direttore dei servizi segreti". Coincidenza, omonimia o parentela?") e parlato di "pezzi deviati dei Servizi" che avrebbero spiato gli uomini vicini al presidente della Camera (Gianfranco Fini). Ieri, il vicecapogruppo dei senatori Pdl, Gaetano Quagliarello, ha ribattuto: "Si può anche non gradire o non apprezzare un'inchiesta giornalistica, ma "buttarla in caciara" confondendo le carte non è un comportamento serio. Se Briguglio ha altre informazioni le comunichi al Copasir. In caso contrario sottragga la sua voce al coro dei professionisti del depistaggio".
Risponde Briguglio: "Ho parlato a lungo al Copasir in merito a deviazioni di pezzi dei Servizi e, di recente, anche di preoccupanti anomalie in merito alla permanenza nei Servizi di uomini dell'intelligence inquisiti per reati gravissimi".

Mauro Favale, La Repubblica (13/08/2010)

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martedì 6 maggio 2014

Quel paio di cose che so sul caso Sindoni | Anna Grazia Greco, una fuorilegge in missione | La Voce d'Italia, giornale fascista con velleità sinistroidi

Dopo un'attenta disamina degli articoli di Enrico De Simone inerenti l'assassinio di Filippo Sindoni e il truculento articolo del Giornale, organo ufficiale del fascismo berlusconiano, vorrei agiungere un paio di cose che so sul caso Sindoni.
La prima volta che ho sentito parlare di Filippo Sindoni è stato a Caracas, alla scuola A. Codazzi, quasi un anno prima della sua morte. L'occasione era dovuta ad un fatto concreto che riguardava quella scuola italiana di Caracas. Era stato appena iscritto il nipote di Filippo Sindoni, dato che suo padre si era trasferito a Caracas.
Il primo aspetto degno di nota era che il suo arrivo era salutato da un'evidente stato di fibrillazione da parte delle colleghe. In particolare da colei che sarebbe stata la sua insegnante privata per i primi tempi. Quella stessa collega con cui avevo appuntamento per un caffè ad un bar di Chacao il 27 agosto 2008, caffè che non prometteva nulla di buono (post: Consolato Generale di Caracas).
La collega di cui parlo era la "protetta" di alcune mogli della Giunta Codazzi, ma forse è più corretto dire "la cavia", dato che la manipolavano alla grande. Non che lei  fosse malvagia, solo si trovava in un contesto, a dir poco, malsano...
Tornando al caso Sindoni, le parole ricorrenti che giungevano quando si parlava di lui, erano "quello della pasta" e "mafioso".
Io non sapevo niente e ben poco avevo capito di quell'ambientino, ma ricordo bene l'eccitazione di quei giorni che andavano verso l'estate.

Tre anni dopo, nell'agosto 2008, lo stesso Antonio Nazzaro mi ribadì che Sindoni era un mafioso, e per questo motivo lui, persona integerrima e con un progetto di vita, non era andato al suo funerale. Se però si parlava di quelle merde del Codazzi, e guarda caso uno dei suoi ultimi pseudo-spettacoli vedeva la partecipazione anche della figlia di Guido Brigli, quella parodia di essere umano, Antonio Nazzaro alzava le mani dicendo che la mafia "c'è dappertutto...".
Insomma ne veniva fuori un nuovo apprendimento o una nuova verità. Il verbo.

El chaman, disegno su carta - Gianluca Salvati 2005 Caracas
 

Così, anche lo scrittore fallito Antonio Nazzaro avallava l'ipotesi del mafioso (ma avrei dovuto meravigliarmi del contrario).

Quando, tempo dopo ho confrontato le divergenti opinioni raccolte a Caracas, mi sono reso conto che ne  veniva fuori una verità ben diversa da quella sorta di spot diffamatori divulgati al Codazzi. Il vero problema di Filippo Sindoni era essere stimato dal presidente del Venezuela, Hugo Chavez.
Al Codazzi, manipolo di escualidos fascisti questa cosa non poteva passare. E il primo modo che certa gente ha di contrastare qualcuno è denigrarlo.
Quello che non mi è mai stato chiaro è perché suo nipote fosse approdato proprio nella tana di quei porci fascisti del Codazzi, quando c'era la scuola Bolivar y Garibaldi che in quel periodo funzionava piuttosto bene. Tanto bene che Anna Grazia Greco ci aveva installato la sua piccola corte dei miracoli: Enrico De Simone, giornalista di destra alla Voce d'Italia (giornale fascista con velleità sinistroidi), Daniela Correri, ex compagna di un agente della scorta personale del noto piduista al governo già primatista mondiale di figure di merda, Silvio Berlusconi, l'amerikano. Infine c'era il buon Antonio Nazzaro, buono per tutte le stagioni. Buono a nulla. Fu proprio grazie all'autodenuncia di quest'ultimo che la Greco (Anna Grazia, una fuorilegge in missione), trovò il pretesto per interrompere il finanziamento ministeriale alla scuola Bolivar y Garibaldi, (forse non erea una scuola tanto buona se la Greco poteva permettersi tutti quei movimenti).
Antonio Nazzaro, è risaputo, oltre ad essere uno scrittore precario e fallito, è anche uno che ha un progetto nella vita. Il suo principale problema, povero diavolo, è di essere ostaggio, poco più di una pedina, di quella gentaglia della Cricca Codazzi, che non ho ancora capito se legati alla 'ndrangheta o a quant'altro, che so, all'Opus Dei o ai salesiani...



Due sono le cose che Dio non sa: cosa pensi davvero un gesuita e da dove prendano i soldi i salesiani

Ritornando all'assassinio Sindoni, ho trovato in questi giorni un accorato intervento di Ugo Di Martino, che senz'altro farà riflettere.

martedì 28 gennaio 2014

Il caso Filippo Sindoni: “Non si parli di vendetta” di Enrico De Simone, "La Voce d'Italia" - Caracas

CARACAS – “Nemici? Fu per 22 anni presidente di Casa Italia Maracay, ha speso tesori assistendo i più sfortunati, in particolar modo gli italiani. E’ arrivato perfino a pagare le cure in Italia a chi non se lo poteva permettere”. Mario Martinelli, stretto collaboratore di Filippo Sindoni, neanche vuol sentir parlare di una vendetta verso chi, dal nulla, ha creato un impero economico capace di “dare lavoro a mezzo stato Aragua”.


Sta agli investigatori stabilire perché l’imprenditore italiano conosciuto come “il re della pasta” sia stato ucciso, dopo appena tre ore dal suo sequestro, avvenuto verso le otto di sera di martedì a Maracay. La morte di Sindoni risalirebbe alle 23.30 di quello stesso giorno. I killer si sono accaniti su di lui, con spietata ferocia. Lo hanno imbavagliato, bendato, gli hanno legato polsi e piedi con nastro adesivo. Poi lo hanno picchiato selvaggiamente, torturato con tagli in tutto il corpo e, alla fine, il colpo di grazia con un colpo di pistola alla testa che lo ha trapassato da una tempia all’altra. “Abbiamo trovato persino il segno di due forti morsicature alle gambe – ha riferito ai giornalisti il procuratore generale Isaías Rodríguez. Pur non scartando alcun movente, Rodríguez giudica poco probabile l’ipotesi del sequestro: “I fatti si sono svolti in modo troppo rapido e violento. Se è stato davvero un sequestro, allora è stato un sequestro mal eseguito da parte di dilettanti. Noi stiamo lavorando su tutte le ipotesi, senza tralasciare alcuno scenario”. 

Filippo Sindoni


Sul fronte delle indagini, l’alto magistrato ha reso noto che sono nelle mani degli inquirenti il veicolo su cui viaggiava Sindoni al momento del sequestro, una Honda Accord, e tre identikit realizzati sulla base dei dati forniti da Jesús Soto, l’autista di Sindoni, l’unico testimone del sequestro e, in quanto tale, da ieri sottoposto a vigilanza speciale. L’industriale è stato rapito da alcuni uomini vestiti da poliziotti che hanno simulato un posto di blocco. L’ipotesi che quegli uomini – quattro in tutto – fossero dei veri agenti non è stata affatto scartata. Rodríguez ha reso noto che già nella serata di martedì aveva richiesto al ministro degli Interni, Jesse Chacón, il permesso di inviare una commissione d’indagine interna da Caracas alla polizia regionale di Aragua, affinché non fossero trascurate le verifiche del caso. Infine, un pensiero di cordoglio in memoria del defunto: “Filippo era un grande amico, una persona a me molto vicina, con la quale ho condiviso, nel tempo, tanti affetti”. Anche per questo, ha aggiunto, mi impegno a scovare e punire i responsabili.

Le spoglie di Filippo Sindoni saranno conservate fino a oggi in una camera ardente allestita presso la Casa d’Italia Maracay. Questo pomeriggio, alle ore 16, il vescovo della città, monsignor Del Prete, pronuncerà un’omelia in memoria del defunto. Probabilmente già domani i resti dell’imprenditore prenderanno il volo per l’Italia, dove saranno tumulati a Capo d’Orlando, nel messinese, il paese che, quasi 75 anni fa, gli diede i natali.
Pubblicato il 30 marzo 2006 da Enrico De Simone - 31/3/06

mercoledì 22 gennaio 2014

Intervista a Gianni Cappelin - Il Giornale, organo di propaganda del piduista Berlusconi | Filippo Sindoni


Quel paio di cose che so sul caso Sindoni

Lì per lì Gianni Cappellin, risvegliato di soprassalto, non capì che l'aggressore gli stava già tagliando la gola a punta 'e cuchillo, a punta di coltello, con un solo movimento dal basso verso l'alto, come si fa con i merluzzi. «Non riuscivo a respirare. Pensavo che l'energumeno mi stesse soffocando premendomi il gomito sul collo. Urlavo per svegliare Claudia, ma non udivo la mia voce. Per forza: l'aria dei polmoni usciva dalla trachea già squarciata». L'ultimo fiato fu per un'implorazione muta: «Signore Iddio, aiutami ti prego, dammi la forza di reagire». Il morituro non poteva sapere che a segargli la gola era Jesus Maria Peña, detto Chuo, di anni 30, pescatore dell'isola di Margarita. Jesus lo stava uccidendo, Gesù lo stava salvando.
I merluzzi, quando li sgozzi, non perdono sangue. Gli uomini sì. «Ho scoperto in quell'istante che il sangue è uno straordinario lubrificante. Infatti la mano destra dell'assalitore perse la presa sul coltello. Io gli morsicai la sinistra con cui mi tappava la bocca e riuscii, non so come, a togliermi la lama conficcata nella laringe». Disorientato dall'inaspettata reazione, il malvivente mollò la presa e fuggì. Cappellin ebbe il tempo per una seconda invocazione: «Dio, fa' che mia figlia non mi veda morire così».
Arrivato a questo punto del racconto, il redivivo comincia, senza accorgersene, a sbattere a intermittenza le palpebre in modo parossistico. È come se cercasse di non riguardare il film della sua fine imminente. Già gli tocca rivederlo in sogno quasi ogni notte. È la moglie Lidia ad accorgersi per prima dell'incubo: «All'improvviso il letto comincia a tremare. Accendo la luce e vedo il suo corpo che sussulta, su e giù, su e giù». Al mattino lui si ricorda solo che lo stavano scannando per poi violentargli la figlia e farle fare la sua stessa fine. Che è esattamente quanto stava per capitargli all'una di notte di quel 25 luglio 2011.
Gianni Cappellin credeva di morire sulla Coral Queen, la sua barca d'altura ancorata al largo dell'isola della Tortuga, paradiso terrestre a 48 miglia alla costa del Venezuela. «Dieci ore di dissanguamento prima che un elicottero di fabbricazione russa della Protezione civile venezuelana mi aviotrasportasse alla clinica privata San Roman. Fossi finito in un ospedale pubblico di Caracas, dove manca persino il filo da sutura, addio». Invece è ancora qui. Sul collo ha una cicatrice di almeno 20 centimetri, quasi da un orecchio all'altro, che ha già richiesto un primo intervento di chirurgia plastica. Se ancora vive, è solo perché il coltellaccio di Jesus detto Chuo - che lui non ha timore di chiamare «il negro» per distinguerlo etnicamente dal complice, «l'indio», mai assicurato alla giustizia - gli lacerò sì il 45 per cento della trachea ma fu fermato miracolosamente a due millimetri dalla carotide e a uno dalla giugulare. «Mezzo chilo di pressione in più, mi ha spiegato il chirurgo, e oggi non sarei qui a parlarne».
Non s'è limitato a parlarne. Ha anche scritto un memoriale di 256 pagine, L'uomo di sale (Mauro Pagliai editore). «Per non finire in manicomio. Me l'ha consigliato la psichiatra che mi seguiva durante la riabilitazione. Ha idea di che cosa significhi vivere per due mesi con un tracheostomo, in attesa che ricrescano i tessuti del collo? È una sensazione continua di soffocamento, di morte imminente, che non augurerei neppure a un animale». Il titolo del libro ha una duplice spiegazione. «A tentare di uccidermi è stato un uomo bruciato dalla salsedine del mare, figlio, come avrei scoperto dopo l'arresto, di una famiglia di pescatori che conoscevo da lungo tempo. Ma si chiama L'uomo di sale anche un quadro del pittore Ender Cepeda, che acquistai 20 anni fa. Quando mia figlia Claudia tornava dall'asilo, lo additava: “Papà!”. Ebbene, solo al mio ritorno dall'ospedale mi sono accorto che quella figura ha il collo attraversato da un taglio rosso identico al mio. Gli amici adesso mi sconsigliano di tenerlo in casa: “Gianni, brucialo! È come il ritratto di Dorian Gray».
L'autore ha dedicato il libro alla memoria dei 19.216 venezuelani che nel 2011, come ogni anno, sono stati ammazzati. Muertos de balas, morti di pallottole, o machetados, fatti a pezzi col machete. Dai 50 agli 80 assassinati ogni fine settimana nella sola Caracas, una delle città più violente al mondo. «Ormai i giornali non pubblicano nemmeno più le notizie: solo gli elenchi forniti dagli obitori. Alle 21.30 scatta un tacito coprifuoco e 2 milioni di auto spariscono dalle strade. Il 98 per cento dei delitti resta senza colpevoli. L'impunità dei criminali è l'unico successo che si può ascrivere a quel Gheddafi tropicale che fu il comandante Hugo Chávez. “Ser rico es malo”, essere ricchi è male, predicava. Questi sono i risultati. I ricchi vanno uccisi perché sono cattivi».
Di famiglia veneziana ma nato nel 1957 a Milano, dove s'è laureato con 110 alla Bocconi, Cappellin vive dal 1976 nella capitale del Venezuela, dove ha fondato la Alnova, una società di import-export con 200 dipendenti e 20 milioni di dollari di fatturato annuo. In un Paese dove la benzina costa molto meno dell'acqua (un centesimo di dollaro al litro, cioè 19 delle vecchie lire italiane), ha pensato bene di diventare esclusivista di marche famose nel ramo vini e alcolici, fra cui Heineken, Campari e Cinzano. È uno dei 180.000, su circa un milione di connazionali trasferitisi laggiù, che vuole mantenere la cittadinanza d'origine.
Perché è finito in Venezuela?
«Ci andò per primo nel dopoguerra mio zio Paolo, sarto, che oggi ha 94 anni e durante il periodo coloniale aveva aperto ad Addis Abeba il più grande emporio dell'Etiopia. Era convinto che i russi avrebbero invaso il nostro Paese. Poi fu la volta di mio padre Ferruccio: insieme allo zio commerciava macchinari per le industrie. Io seguii il loro esempio perché mi rendevo conto che nell'Italia post sessantottina, fra contestazioni e scioperi, era impossibile fare gli imprenditori».
Meglio importare champagne in Sudamerica.
«In realtà all'inizio eravamo rappresentanti dei sottaceti Ponti e della Bonduelle. Ma nel 1982 il presidente Luís Herrera Campíns cambiò in appena tre settimane le regole del gioco, proibendo le importazioni di prodotti alimentari. Così ci buttammo sugli alcolici».
Sua moglie è italiana?
«Nata da italiani in Venezuela. Di cognome fa Bruttini. Il nonno materno, Irmene Milani, bolognese, fondò nel 1932 il primo pastificio del Sudamerica».
Avevate già avuto nel 1995 un esempio di quanto a Caracas la vita umana non valga nulla.
«Sì, ci entrarono in casa di notte in tre. Anche quella volta mi ritrovai con un coltello alla gola e la canna di una pistola premuta sulla fronte. Mia moglie fu selvaggiamente picchiata. Minacciavano di violentare Claudia, che aveva appena 3 anni. Da allora giurai a me stesso che non mi sarei più fatto cogliere alla sprovvista: meglio morto che sottomesso».
Nel 2011 c'è andato vicino.
«Ho trovato la forza di reagire, nonostante nella colluttazione per estrarmi il coltello dalla gola mi sia ritrovato anche col pollice destro tranciato a metà, l'indice sinistro scoperchiato, i tendini recisi. Quel maledetto 25 luglio mia figlia era rientrata in Venezuela da appena un giorno. Aveva finito l'anno accademico alla Cattolica di Milano, dove poi si sarebbe laureata in economia. Decisi di portarla in gita alla Tortuga. Lì siamo di casa da 25 anni. Mia moglie era rimasta in Italia a curarsi dopo un infarto. Dai nostri aggressori avevo comprato cinque aragoste appena pescate. Li conoscevo di vista. Avrei dovuto intuire da un loro commento su quanto si fosse fatta carina mia figlia qual era il loro piano: salire a bordo di notte, ammazzarmi, stuprarla e infine tagliare il collo anche a lei. Invece la mia supplica a Dio trovò ascolto, perché Claudia nell'oscurità riuscì a mettersi in salvo sgusciando fuori dalla cabina e rimanendo aggrappata al corrimano esterno della barca fino a quando i banditi non si furono dileguati in mare».
Da chi fu salvato?
«Devo la vita a Richard, un inglese di cui non ho mai saputo neppure il cognome, uno skipper somigliante a Rambo. Con la sua compagna, era diretto in Oceania su un veliero. Ha soccorso Claudia che, coperta di sangue e disperata, era andata in gommone a chiedere aiuto ai proprietari di vari yacht ormeggiati in zona. Tutti l'avevano scacciata. Uno, infastidito, la rimproverò persino d'avergli svegliato i bambini con le sue urla. Solo Richard ebbe il coraggio di salire a bordo e di lanciare l'allarme. Poi arrivarono anche due italiani, Guido Cavalli e Marco Calosso. Tutt'e tre, vedendo com'ero conciato, diedero di stomaco. Io, con la carotide mozzata, mi sentivo in procinto di morire».
Però pregava che ciò non accadesse sotto gli occhi di sua figlia.
«Ero entrato in una calma serafica. Avevo fatto tutto il mio dovere di padre: a Claudia non era stato torto neppure un capello. Non è vero, come dicono, che in quegli attimi ti passi l'intera vita davanti agli occhi. A me l'unica cosa che rimbombava nella testa era La guerra di Piero di Fabrizio De André: “Ninetta bella, dritto all'inferno, avrei preferito andarci d'inverno”. Pensavo: ma guarda te se devo morire alla Tortuga sgozzato come un maiale da una testa di cazzo!».
Che fine ha fatto il killer mancato?
«È in galera in attesa di giudizio. Fu beccato a novembre. Confessò subito. Per scoprirne l'identità dovetti assoldare un avvocato d'origine irlandese, Desmond Dillon, che è il miglior penalista di Caracas, e pagarmi i detective privati».
I poliziotti non fecero nulla?
«Non ero morto. Sono straniero. Non si stanziano milioni di dollari per uno che non si chiama nemmeno Missoni. Né si mobilita l'unità di crisi della Farnesina. Quanto all'ambasciata italiana a Caracas, non ha mosso un dito. Era solo capace di chiedermi i vini gratis per i ricevimenti. Ho smesso di mandarglieli».
Da allora com'è la sua vita?
«Il sonno s'è fatto più leggero. Mi rivedo in barca, sottomesso e impotente, ridotto a una cosa in mano ad altri».
Che precauzioni ha preso?
«Vado al lavoro con l'auto blindata. La casa ha una recinzione con la corrente elettrica. Dormiamo in una cassaforte, con la pistola sotto il cuscino».
Tutto inutile. Se uno vuole entrarti in casa, ci entra.
«A Milano mi sento in vacanza: respiro, posso girare a piedi. A Caracas ogni tassista è un potenziale rapitore. Li chiamano sequestri express, durano dalle 6 alle 12 ore, i familiari devono improvvisare una colletta fra gli amici per mettere insieme 10.000 o 15.000 dollari necessari a riscattare l'ostaggio. Alcuni miei dirigenti ne sono rimasti vittime».
Perché non torna a vivere in Italia?
«Non posso. Lei si metterà a ridere, ma ho un dovere sociale verso le 200 famiglie che dipendono da me. Quattordici anni di chavismo hanno smantellato l'apparato produttivo a favore di un'economia controllata dallo Stato marxista. Il Venezuela era autosufficiente per la carne ed esportava le eccedenze agricole: oggi importa il 60 per cento di tutto, con tangenti del 40 per cento su ogni prodotto. L'unico commercio redditizio è quello dei dollari, che al cambio in nero con i bolívares valgono cinque volte più della quotazione ufficiale».
Perché gli Stati Uniti, che liquidarono Salvador Allende in Cile, hanno tollerato invece un amico di Mahmoud Ahmadinejad in Venezuela?
«Chávez era più bravo di Benito Mussolini. Un incantatore di serpenti. Se fosse andato a intervistarlo, il dittatore si sarebbe prima fatto preparare una scheda su di lei e l'avrebbe ammaliata parlandole della storia della famiglia Lorenzetto. Con la sua democratura, incrocio fra democrazia e dittatura, per i petrolieri era il partner ideale. Blaterava contro gli americani, ma non ha mai smesso di vendergli il milione quotidiano di barili che loro si aspettavano. Il Venezuela il petrolio lo regala: a Cuba, al Nicaragua, alla Bolivia. Chávez firmò un contratto con la Cina che impegna il governo di Caracas a cedere a Pechino fino al 2025 un milione di tonnellate giornaliere a metà del prezzo di mercato. Siamo alla follia: le due più grandi raffinerie sono scoppiate per mancanza di manutenzione e oggi dobbiamo importare la benzina dal Brasile e dagli Usa».
Chi è l'italo-venezuelano più ricco?
«L'hanno rapito e ammazzato nel 2006. Si chiamava Filippo Sindoni, imprenditore di origine siciliana che comprò da noi i macchinari per il suo pastificio».
Quale insegnamento ha tratto dalla tragedia che le è capitata?
«I buoni non vincono mai. Al massimo pareggiano».



stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

lunedì 20 gennaio 2014

Ucciso Filippo Sindoni | La Voce d'Italia - Enrico De Simone

CARACAS 29 marzo 2006 – Il corpo senza vita di Filippo Sindoni, l’industriale aragueño rapito a Maracay nella serata di martedì da due falsi poliziotti, è stato ritrovato nel tardo pomeriggio di ieri nel settore Los Arenales del municipio Torbes, nello stato Lara, abbandonato sul ciglio della strada che unisce Barquisimeto e Carora. Presentava due ferite d’arma da fuoco. La notizia è stata confermata ufficialmente dal commissario capo del Cicpc Lisandro Zapata. Al momento, ha detto Zapata, si indaga a 360 gradi, senza escludere alcun movente: sequestro, delitto su commissione, vendetta. Un testimone, ha aggiunto, sta collaborando con gli investigatori.


Si è chiusa così nel peggiore dei modi una vicenda iniziata nella serata di martedì, quando verso le otto di sera Filippo Sindoni, cavaliere del lavoro della Repubblica italiana e stella di primo piano del panorama imprenditoriale venezolano, veniva rapito fermandosi a un falso posto di blocco. Due uomini travestiti da poliziotti lo portavano via, dopo aver stordito con un colpo alla testa e poi abbandonato il suo autista-guardia del corpo.


Ieri mattina, in una riunione tra familiari e amici dell’imprenditore, si stabiliva la linea da seguire: riserbo assoluto su quanto accaduto, nel solco di quanto fatto da altre famiglie colpiti dalla piaga dei sequestri di persona. Solo che, in questo caso, non è affatto detto che si sia trattato di un sequestro a scopo di estorsione, come già sottolineato dal commissario Zapata. L’unica cosa certa è che, una volta di più, brilla l’insicurezza in cui è sprofondato il Venezuela. Venire rapiti a un posto di blocco della polizia o supposto tale è già accaduto, lo scorso 23 febbraio, a Caracas, ai fratelli Faddul, tre giovani (12, 13 e 17 anni di età) di origine libanese. E sono stati uomini vestiti da poliziotto a rapire, lo scorso novembre a Ciudad Bolívar, l’italovenezolana Paola Fiorella Carlesi D’Amico, liberata dopo 21 giorni passati in una prigione che non era altro che un buco scavato nella terra. Resta poi tutto da definire il ruolo avuto da elementi della polizia dello Zulia nel sequestro e uccisione di Rosina Di Brino, la 22enne italovenezolana trovata cadavere nel Lago di Maracaibo il 22 febbraio.

Filippo Sindoni
Ieri mattina abbiamo parlato con rappresentanti dell’ambasciata italiana, mobilitata in tutti i suoi organismi per l’improvvisa crisi costituita dal rapimento di “un grandissimo personaggio non solo della comunità italiana, ma di tutta la realtà venezolana”, per citare le stesse fonti diplomatiche. L’ambasciata si era premurata persino di avvertire il presidente Hugo Chávez, che certo era informato del fatto; in ogni caso una cortesia dovuta, visto che Chávez e Sindoni erano amici sin da quando quello che poi sarebbe diventato il “Primer Mandatario” era un ufficiale dell’esercito di stanza a Maracay. In merito alle indagini le bocche erano assolutamente cucite, una cosa però è trapelata: l’intenzione di organizzare un incontro con il ministro degli Interni, Jesse Chacón, proprio per affrontare la questione dei sequestri e, più in generale, dell’ordine pubblico. Oggi più di ieri, crediamo che ce ne sia proprio bisogno.