Gaetano Quagliariello e i servizi segreti

Gaetano Quagliariello e i servizi segreti

[...] Non sono più le sciabole incrociate degli ultimi giorni ma il conflitto è ancora aperto. Il "falco" finiano, Carmelo Briguglio tre giorni fa ha attaccato Il Giornale (che ha avviato l'inchiesta sulla casa di Montecarlo della quale, accusa il deputato di Fli, si occupa una firma "che contiene il cognome di un noto direttore dei servizi segreti". Coincidenza, omonimia o parentela?") e parlato di "pezzi deviati dei Servizi" che avrebbero spiato gli uomini vicini al presidente della Camera (Gianfranco Fini). Ieri, il vicecapogruppo dei senatori Pdl, Gaetano Quagliarello, ha ribattuto: "Si può anche non gradire o non apprezzare un'inchiesta giornalistica, ma "buttarla in caciara" confondendo le carte non è un comportamento serio. Se Briguglio ha altre informazioni le comunichi al Copasir. In caso contrario sottragga la sua voce al coro dei professionisti del depistaggio".
Risponde Briguglio: "Ho parlato a lungo al Copasir in merito a deviazioni di pezzi dei Servizi e, di recente, anche di preoccupanti anomalie in merito alla permanenza nei Servizi di uomini dell'intelligence inquisiti per reati gravissimi".

Mauro Favale, La Repubblica (13/08/2010)

martedì 17 giugno 2014

Piero Armenti & Antonio Nazzaro: storie di ordinaria disinformazione | Quei porci fascisti del Codazzi

 
Piero Armenti, l'apprendista
In un' intervista ad Antonio Nazzaro, ex impiegato dell'Istituto Italiano di Cultura di Caracas, Piero Armenti offre l'ennesimo saggio di ordinaria disinformazione:


In particolare quando chiede al Nazzaro che elementi ha per la sua “autodenuncia” e questi gli risponde che alla Bolivar y Garibaldi, accettano di tutto, compreso (lui) professori non abilitati e senza titoli. Mentre al Codazzi, continua il Nazzaro, prendono solo professori abilitati. Piero Armenti resta in silenzio per qualche infinito secondo a questa patetica affermazione. Piero Armenti sa bene, a meno che non abbia seri problemi di amnesia (in tal caso sarebbe bene che cambiasse lavoro) che al Codazzi c'era una percentuale risibile di insegnanti abilitati. In particolare, nell'anno scolastico 2004/2005, su un totale di 6 insegnanti provenienti dall'Italia, c'ero solo io con l'abilitazione. L'anno successivo eravamo in 2.
M., la collega che viveva affianco alla casa di Piero Armenti, per esempio, lei non era abilitata. Immagino che in due anni di quasi convivenza questa informazione gli sarà arrivata. Inoltre, è altrettanto curioso che Piero Armenti ignorasse le denunce piovute sul Codazzi da parte di quel gruppo di insegnanti, M. compresa.
Sarebbe interessante conoscere per quale motivo a Piero Armenti stanno tanto a cuore quei massoni di merda, quel branco di escualidos idioti dell' “Agustin Codazzi”.

venerdì 13 giugno 2014

# L'articolo I # | Carlo Fermi, Max Mauro, Enrico De Simone: La Voce d'Italia, giornale fascista con sinistre velleità | Anna Grazia Greco, la fuorilegge

Quando Max Mauro, giornalista de La Voce d'Italia, venne a Caracas nella primavera del 2006, si era messo in testa di scrivere un articolo sulla mia produzione pittorica. Io non ero d'accordo. Per me un articolo era sensato nel caso di una mostra. Altrimenti mi sembrava una cosa a metà. Enrico De Simone concordava con la mia scelta: anche lui aveva preso a cuore le sorti della mia carriera di artista plastico. Al punto che quando ci fu la proroga del Premio Italia, edizione 2006, cui non avevo aderito, Enrico De Simone si sentì in dovere di mettersi nelle orecchie affinché partecipassi anche a quelle selezioni. Dall'idea che mi ero fatto di quel premio, gestito dalla fuorilegge Anna Grazia Greco, era solo tempo perso, non valeva la pena. Ma quando Enrico De Simone, giornalista de La Voce d'Italia, mi disse di riprovare perché era comunque una chance, allora ritentai. A questo servono gli amici. Anche se dell'amico in questione mi è rimasta stampata l'espressione di quando gli comunicai che ero stato scartato. Enrico De Simone piegò la testa senza guardarmi, come se avesse detto: "Ben ti sta!". L'amico De Simone, finto chavista e chissà quant'altro... Di certo finto amico.

Enrico De Simone, finto chavista

Tornando a Max Mauro non era del mio stesso avviso e tanto fu soddisfatto quando accettai l'intervista. Una volta avuto l'ok, aveva bisogno di vedere e fotografare i quadri. Concordammo un incontro, dopodiché mi chiamò per aggiungere che sarebbero venuti anche Enrico De Simone e Carlo Fermi, in quanto interessati al mio appartamento: volevano vederlo. 

Quando si presentarono, avevano dato appuntamento a casa mia ad un loro conoscente che tornava da un viaggio fuori Caracas. Dunque ad un certo punto scesi, lasciando a casa Carlo Fermi, Enrico e Max, andai ad attendere il taxi.

Carlo Fermi, imprenditore italiano in Colombia

Il taxi arrivò nel modo più spettacolare e chiassoso possibile. Un vecchio macchinone americano (comune in Venezuela) con un signore di colore che, visibilmente brillo e con una bottiglia in mano per attestarlo, sedeva sul cofano. Quel signore si era gentilmente offerto di indicare la strada e la indicava letteralmente. Nel taxi, oltre all'autista e all'amico degli amici, c'era anche una coppia di stranieri, pare olandesi, che avevano condiviso parte del viaggio con il conoscente dei periodisti. Al momento di rientrare nella villa, il navigatore del taxi si fece avanti per bussare a denaro. Mandai dentro l'ospite e parlai a quattr'occhi con quel signore brillo. Lo ringraziai, innanzitutto, per il suo operato, ma non avrebbe avuto niente. Il signore mi comunicò di essere armato di pistola. Gli risposi che avevo anch'io una pistola. Il finto ubriaco parve soddisfatto. Gli olandesi sembravano molto divertiti. Il tipo risalì sul cofano e partirono così com'erano arrivati, scomparendo chiassosamente dalla mia vista.

Quando salii si sentirono esplosioni di fuochi d'artificio. Qualcuno alla Florida stava festeggiando... Tess, il cane della proprietaria, si andò a nascondere spaventata in un angolo, proprio dove tenevo il portatile (lo stesso da cui sto scrivendo), che per poco non cadde a terra. Lo prese quasi al volo il nuovo arrivato che, devo ammetterlo, era uno a posto.
Mostrai a Max Mauro i quadri. Lui scattò tre foto per l'articolo di giornale. Poi uscimmo.

giovedì 12 giugno 2014

Anna Grazia Greco e la sua cricca di merdaioli | Pubblica Amministrazione e illegalità: il Provveditorato di Como e la sede Inps di Como

Nell'estate del 2008, prima di partire per Caracas, tornai a Napoli per sbrigare un paio di faccende. Dovevo recuperare dei documenti e parlare con Franco Chirico.


Tra i documenti da portare c'erano i due attestati conseguiti all'estero, dato che il punteggio di quel periodo di insegnamento non mi era stato ancora riconosciuto. Inoltre presi la mia radiografia panoramica dei denti. Per non dimenticare nessuno di questi documenti, ebbi l'accortezza di metterli via quasi subito: furono le prime cose che sistemai in borsa.


Quando giunsi a Como, il 14 agosto, lasciai queste carte nelle loro buste sulla libreria dove rimasero del tempo. Quanto tempo siano rimaste lì, non mi è dato saperlo. Credo pochi giorni, forse una decina. Infatti, nel gennaio del 2009 e solo allora, ho scoperto che alcuni di quei documenti, la radiografia e l'attestato di lavoro rilasciato dal Consolato generale di Caracas e firmato dalla Greco (Anna Grazia, la fuorilegge ndr), non c'erano più.


Il 18 agosto partivo per Caracas, rientrando a Como solo il 24 settembre. E dato che mi aspettavano altre novità, non ebbi tempo, né voglia di mettere mano a quelle carte.

In sostanza mi trovai misteriosamente escluso dalle graduatorie, di punto in bianco, e senza un perché.

A scuola non ne sapevano niente, o almeno questa era la loro versione.


Al Provveditorato di Como, la solerte impiegata mi disse che neanche lei ne sapeva niente, ovvero che il motivo della mia esclusione dalla graduatoria era dovuto all'aggiornamento manuale fatto dai colleghi inseriti con riserva. La zelante dipendente della Pubblica Amministrazione mi disse che era "...successo anche ad altri...", e la colpa era dovuta ad un errore "del computer..."  E come si agitava per convincermi...

La sede del Provveditorato di Como

Ora, non sono proprio uno sprovveduto. Ho lavorato per circa un anno a fianco di ingegneri ed informatici e una certa idea di come funzioni un archivio me la sono fatta. Inoltre ho vissuto e lavorato all'estero per più di tre anni, anche lì senza grandi sforzi una certa esperienza l'ho maturata. Eppure, una cazzata più grossa di quella sparata quel giorno dalla irreprensibile impiegata del Provveditorato di Como, non l'ho mai sentita. Né a Napoli, né altrove nel mondo.


Una cosa proprio fuori da ogni umana immaginazione.

Eppure, ho voluto verificare lo stesso, sono una persona ragionevole e che sa ascoltare. Ebbene quello che ne è venuto fuori è che un fatto simile, l'esclusione dalle graduatorie, poteva essere solamente DOLOSO. 

Dunque l'impiegata modello, quel fulgido esempio di trasparenza, stava parando il culo a qualche figlio di puttana (curnùt e impotente) che si era preso la briga di andarmi a cancellare dalla graduatoria.
Dunque mi trovavo senza lavoro: una situazione davvero spiacevole, specie quando avviene con queste modalità così, come dire, truffaldine. In totale spregio delle più elementari norme.


Come se non bastasse ero anche senza copertura della disoccupazione. Infatti, benché fossi andato regolarmente a presentare domanda nei tempi presso la sede Inps di Como, l'impiegata cui feci richiesta, una donna corpulenta e bionda di mezza età, mi rispose che non mi spettava: non avevo maturato i due anni dal primo stipendio. E invece, l'anno successivo vengo a sapere che ne avevo diritto già da almeno 5 anni! Infatti i miei primi contributi risalgono al 2002.

La sede dell'Inps di Como
Non lavoravo, non avevo sussidi e dovevo pagare l'affitto. 

In un certo senso si era avverata la previsione di quel venditore ambulante di calzini alla stazione di Napoli il 24 settembre 2008. 
Il tipo era salito salito sul treno per propormi la sua merce. Gli avevo risposto che non avevo soldi e lui aveva detto che glieli avrei pagati entro 15 giorni, quando sarei ritornato... Ha continuato ad insistere su questo tono finché non ho alzato le braccia, come a dire che mi aveva rotto i cosiddetti... a quel gesto il bellimbusto, nonostante i tatuaggi e il look da pregiudicato, non è rimasto un attimo più sul treno scomparendo alla mia vista. 

A ripensarci quel teppistello di strada era troppo tirato e palestrato per essere un semplice ambulante di calzini. E allora chi era quell'elemento? 
Uno sbirro in borghese in vena di spiritosaggini? Un finanziere in incognito al soldo delle 'ndrine
Non mi era dato saperlo...

Con questo poco invidiabile bagaglio, sono ritornato a Napoli a sbrigare il ricorso per quei disonesti contapalle del Provveditorato di Como.

Di lì ho ripreso a lavorare a metà dicembre. Poi ci sono state le vacanze di natale ed eccomi, la prima settimana del gennaio 2009, a rimettere le mani su quei documenti.

Ero ancora a Napoli il 19 settembre quando mio fratello aveva provato a chiamarmi dalla Spagna, dove viveva, sul cellulare.

Il mio cellulare squillava, ma io l'avevo lasciato a Como più di un mese, alla partenza per Caracas. Quando tornai, trovando tutto apparentemente in ordine non ci diedi importanza. Poi, quando mi accorsi che mancavano i documenti mi ricordai. Anche se, nel complesso, mi sembra poco sensato che i documenti siano spariti in quella data, quando cioè ero già in Italia e relativamente al sicuro. Penso in particolare alla radiografia, che senso aveva farla sparire il 19 settembre? Ero rientrato da Caracas da più di 15 giorni, dove effettivamente qualche rischio lo avevo corso.


In effetti tutto quello che potevano fare quei miserabili merdaioli della cricca di Anna Grazia Greco, l'hanno fatto, dando fondo al loro intero catalogo di infamità della collezione primavera-estate 2008. E anche a Caracas hanno fallito definitivamente. Il massimo che sono riusciti a ottenere è farmi un grande baffo...


Nel complesso mi ritengo abbastanza soddisfatto del trattamento, ma confido che col tempo costoro possano ancora migliorare la tecnica... 

"Il buon pastore" 1999 - Omaggio a Kiko Arguello | Franco Chirico editore

Il dipinto R&M, del 1999, si ispira al quadro "Il buon pastore" del 1977 di Kiko Arguello, di cui circolava una riproduzione in casa. Il mio lavoro, ovviamente, ne è una versione aggiornata. Il quadro de Il buon pastore, a sua volta, rimandava alle prime pitture paleocristiane, le quali rispondevano ai modelli greci del Doriforo.
Ricordo, a tal proposito, una bella lezione di storia dell'arte alle superiori: si analizzava un'immagine cristiana del "Buon pastore" valutandone gli influssi greci.  Non è che il quadro di Kiko Arguello fosse questo gran capolavoro, ma dato che mi trovavo quell'immaginetta fra i piedi, ne volli dare una mia versione con il quadro R&M.
Tutto il materiale inerente la setta cattolica (catto-talebana) del movimento neocatecumenale, ci veniva direttamente da uno dei suoi editori di punta, Franco Chirico.
Il tipo, Franco Chirico era (ed è tutt'oggi) responsabile della setta del movimento neocatecumenale che frequentano i miei genitori.
Altro aspetto degno di nota è che Franco Chirico conosce personalmente Kiko Arguello.
Kiko Arguello, spagnolo, è il fondatore del movimento neocatecumenale, altrimenti detto Cammino Neocatecumenale.

Quando nel 1999 tenni la mia prima personale in una galleria, (la primissima era in un bar), avevo invitato anche Franco Chirico. Alla mostra esponevo sia il quadro R&M, sia un ritratto di Jacques Chirac che era a tutti gli effetti un ritratto di Franco Chirico a la Jacques Chirac. Mia madre aveva notato questo omaggio a Franco Chirico, un personaggio così importante, e glielo aveva comunicato, ma il sant'uomo all'esposizione non si vide, direi neanche per sbaglio. Neanche l'ombra.
In compenso l'ultimo giorno vennero gli amici di suo figlio Fernando a vedere la mostra.

R&M, olio su tela - Gianluca Salvati - 1999

martedì 3 giugno 2014

# L’articolo - p. II # | Enrico De Simone, Carlo Fermi e Max Mauro - La Voce d'Italia, Caracas



Andammo alla pizzeria Nonna bella di Chacaito e ordinammo delle pizze.

Scendendo da via Nivaldo, nei pressi della mia abitazione, incrociammo un tipo semi alcolizzato che nei primi tempi aveva provato a spillarmi dei soldi. Fino al giorno che,  avendomi chiesto di tenergli della refurtiva in casa, lo misi a posto una volta per tutte. Anche se quello era un quartiere residenziale, infatti, confinava con la favela, che in Venezuela si chiama rancho. La qual cosa non mi scandalizzava: mi sono sempre piaciuti i luoghi popolari. Ma quando raccontai ai compaesani la storia di quel tipo, loro si galvanizzarono, fu il tema della serata in pizzeria.



Max Mauro era in Venezuela da poco ed era stato alloggiato dal responsabile del giornale fascista per cui lavorava (La Voce d’Italia) in un albergo mal frequentato, raggiungerlo di sera a piedi voleva dire esporsi a rapina certa, dato che si trovava in una zona della città completamente al buio. Neanche fosse stata la bocca dell’inferno.

Max ci raccontò di alcuni personaggi equivoci che risiedevano nel suo hotel. Carlo Fermi scriveva messaggini a ruota.



L’altro argomento della sera, neanche a dirlo, furono i miei quadri. Le prime osservazioni partirono da Carlo Fermi, il quale quella sera era lì per puro caso: per vedere la casa dove vivevo... A seguire attaccò Enrico De Simone che, anche quella sera, mi pareva il suo fido cagnolino da compagnia.

In sostanza i due compari mettevano in dubbio l’autenticità della mia produzione pittorica. 

La Voce d'Italia - 9 maggio 2006 Caracas

Da non credere, quei due vermi, due venduti agli ordini di chissà chi, che davano del veniale a me. Sembrava il colmo dei colmi. Ed erano lì per puro caso. O almeno questa era la loro versione.



Alla fine della pizza e delle chiacchiere, Carlo Fermi tirò le fila della forbita conversazione: dato che io ero forte e non avevo paura, avrei accompagnato Max al suo albergo che non era molto distante dalla piazza. Poi sarei tornato col taxi. Lui intanto andava, perché aveva un impegno: era un uomo di mondo, lui... (È per questo che pochi anni dopo, Carlo Fermi si installerà a Medellin, capitale mondiale della cocaina, in Colombia).

“Non se ne parla”, gli risposi. Provarono inutilmente ad insistere i due compari.

Alla fine si rassegnarono: saremmo andati con Enrico e Pier ad accompagnare Max.



Eravamo nella piazza di Chacaito, stavo scrivendo l’email del Pier sul cellulare, ad un certo punto notai il negretto che guardando verso di noi, saltò giù dal muretto dov’era seduto insieme ad altri. Non ci diedi il giusto peso e quelli presero a seguirci. A un certo punto, poco prima di uscire dalla piazza, parte di quella teppa ci superò, prendendo diverse direzioni.

Neanche il tempo di raccapezzarmi e pensare: “ Ma che storia è questa?...”, che venni colpito alla nuca. Che botta!



L’ultima scena che vidi prima di perdere i sensi fu Enrico De Simone: si girava come uno che già conosca il copione e con la sua nota espressione sulla faccia abbassa la testa, come a dire: “Ben ti sta!”. E molto casualmente a lui nessuno lo toccò.



Quando mi ripresi avevo il braccio del negretto che mi stringeva al collo. Il tipo era più basso di me, ma aveva un avambraccio di tutto rispetto e si teneva ben piantato al suolo. Ebbi la mia brava reazione e provai a scrollarmi da dosso quell’animale. Gli afferrai il braccio con entrambe le mani, tirai in avanti verso il basso e gridai come un animale. Ecco, due animali.

Ero fuori forma, e il negretto non fece il volo che avrebbe dovuto fare, ma dovette muoversi in avanti con passi veloci per non cadere. Aveva le scarpe lucide di pelle con la suola in cuoio che battendo sulle pietre della piazza, producevano uno scalpiccio piuttosto acuto. La scena aveva del comico.

Si fermò di fronte a me a tre metri circa. Ci fronteggiavamo io e il negretto e il tipo fece il gesto di mettere le mani dietro la cintura per prendere il coltello.

A quel punto scappai, senza molta convinzione, mi pareva di andare al rallentatore. In quel momento uno di quei figli di troia mi lanciò una bottiglia di birra che si fracassò sulla coscia in prossimità del mio ginocchio sinistro.

Ritornai nella piazza e mi fermai. Avevo ancora il cellulare nella mano sinistra. 
E i miei compagni?

Un attimo dopo vidi un tipo ridicolo che correva a slalom. Era Enrico De Simone.

Non si perse d’animo il periodista di destra, quel finto chavista subito prese ad aggredirmi verbalmente: era colpa mia se ci avevano aggredito; camminavo col cellulare in mano. “E guarda lì che ti sei fatto!

Si sentì uno sparo e dopo si vide la teppaglia scappare nella nostra direzione. Ritornammo al ristorante Nonna bella. Enrico chiamò la polizia. Io mi feci dare del ghiaccio per l’ematoma della bottigliata.

La polizia era già lì. Una pattuglia in moto aveva sentito il mio grido. Poi aveva incrociato Pier che gli aveva indicato il luogo dell’aggressione. Avevano sparato in aria per disperderli. Non avevano neanche tentato, che so, di acciuffarne qualcuno.

Prendemmo un taxi per tornare a casa. Passando davanti ad una pensilina degli autobus c’erano dei ragazzi. Appartenenti a quella teppa, ci avrei scommesso. Ero ancora dell’idea che andassero acciuffati ma non lo dissi a Enrico, a che serviva.

A casa continuai a tenere il ghiaccio sull’ematoma e mi fumai una sigaretta.



Il giorno dopo, il 30 aprile del 2006, Enrico De Simone mi inviò questo messaggio: Hola guerrero, todo bien?



Quando ci rivedemmo Pier non ci poteva credere: “Ti hanno aggredito in due e li hai messi fuori gioco...”. Non ricordavo che erano in due, però ripensandoci mi tornò in mente, il secondo l’avevo colpito col dorso della mano sinistra al volto. Era stata la mia reazione prima di perdere i sensi.

Più di una persona mi dirà in seguito che ho fatto male a reagire, che così rischiavo la vita e cose del genere... Sono certo che avrei rischiato di più se non avessi reagito. Erano mal intenzionati dal  primo momento, almeno nei miei confronti. A Enrico, infatti, non lo avevano neanche sfiorato. Il Pier era riuscito a divincolarsi  Max si era ritrovato a terra mentre quelli gli frugavano nelle tasche.

Su una cosa concordammo e fu abbastanza scioccante: erano tutti ben vestiti. Una élite di marioli, del tipo che lavorano su commissione. Non a caso.

Avevo da poco denunciato all’autorità competente quegli infami delinquenti in grisaglia dell’associazione Agustin Codazzi, la scuola presso cui avevo lavorato a Caracas (sotto il malgoverno di Anna Grazia Greco, la delinquente). 
E meno male, perché ho potuto mettere un punto fermo nei confronti di quella gente, e del regime che li protegge e che un domani, grazie ad apparati deviati dello Stato, avrebbe potuto avallare altre menzogne, più o meno come hanno provato a fare senza successo quegli infami della cricca Codazzi al Tribunale di Caracas.

martedì 6 maggio 2014

Quel paio di cose che so sul caso Sindoni | Anna Grazia Greco, una fuorilegge in missione | La Voce d'Italia, giornale fascista con velleità sinistroidi

Dopo un'attenta disamina degli articoli di Enrico De Simone inerenti l'assassinio di Filippo Sindoni e il truculento articolo del Giornale, organo ufficiale del fascismo berlusconiano, vorrei agiungere un paio di cose che so sul caso Sindoni.
La prima volta che ho sentito parlare di Filippo Sindoni è stato a Caracas, alla scuola A. Codazzi, quasi un anno prima della sua morte. L'occasione era dovuta ad un fatto concreto che riguardava quella scuola italiana di Caracas. Era stato appena iscritto il nipote di Filippo Sindoni, dato che suo padre si era trasferito a Caracas.
Il primo aspetto degno di nota era che il suo arrivo era salutato da un'evidente stato di fibrillazione da parte delle colleghe. In particolare da colei che sarebbe stata la sua insegnante privata per i primi tempi. Quella stessa collega con cui avevo appuntamento per un caffè ad un bar di Chacao il 27 agosto 2008, caffè che non prometteva nulla di buono (post: Consolato Generale di Caracas).
La collega di cui parlo era la "protetta" di alcune mogli della Giunta Codazzi, ma forse è più corretto dire "la cavia", dato che la manipolavano alla grande. Non che lei  fosse malvagia, solo si trovava in un contesto, a dir poco, malsano...
Tornando al caso Sindoni, le parole ricorrenti che giungevano quando si parlava di lui, erano "quello della pasta" e "mafioso".
Io non sapevo niente e ben poco avevo capito di quell'ambientino, ma ricordo bene l'eccitazione di quei giorni che andavano verso l'estate.

Tre anni dopo, nell'agosto 2008, lo stesso Antonio Nazzaro mi ribadì che Sindoni era un mafioso, e per questo motivo lui, persona integerrima e con un progetto di vita, non era andato al suo funerale. Se però si parlava di quelle merde del Codazzi, e guarda caso uno dei suoi ultimi pseudo-spettacoli vedeva la partecipazione anche della figlia di Guido Brigli, quella parodia di essere umano, Antonio Nazzaro alzava le mani dicendo che la mafia "c'è dappertutto...".
Insomma ne veniva fuori un nuovo apprendimento o una nuova verità. Il verbo.

El chaman, disegno su carta - Gianluca Salvati 2005 Caracas
 

Così, anche lo scrittore fallito Antonio Nazzaro avallava l'ipotesi del mafioso (ma avrei dovuto meravigliarmi del contrario).

Quando, tempo dopo ho confrontato le divergenti opinioni raccolte a Caracas, mi sono reso conto che ne  veniva fuori una verità ben diversa da quella sorta di spot diffamatori divulgati al Codazzi. Il vero problema di Filippo Sindoni era essere stimato dal presidente del Venezuela, Hugo Chavez.
Al Codazzi, manipolo di escualidos fascisti questa cosa non poteva passare. E il primo modo che certa gente ha di contrastare qualcuno è denigrarlo.
Quello che non mi è mai stato chiaro è perché suo nipote fosse approdato proprio nella tana di quei porci fascisti del Codazzi, quando c'era la scuola Bolivar y Garibaldi che in quel periodo funzionava piuttosto bene. Tanto bene che Anna Grazia Greco ci aveva installato la sua piccola corte dei miracoli: Enrico De Simone, giornalista di destra alla Voce d'Italia (giornale fascista con velleità sinistroidi), Daniela Correri, ex compagna di un agente della scorta personale del noto piduista al governo già primatista mondiale di figure di merda, Silvio Berlusconi, l'amerikano. Infine c'era il buon Antonio Nazzaro, buono per tutte le stagioni. Buono a nulla. Fu proprio grazie all'autodenuncia di quest'ultimo che la Greco (Anna Grazia, una fuorilegge in missione), trovò il pretesto per interrompere il finanziamento ministeriale alla scuola Bolivar y Garibaldi, (forse non erea una scuola tanto buona se la Greco poteva permettersi tutti quei movimenti).
Antonio Nazzaro, è risaputo, oltre ad essere uno scrittore precario e fallito, è anche uno che ha un progetto nella vita. Il suo principale problema, povero diavolo, è di essere ostaggio, poco più di una pedina, di quella gentaglia della Cricca Codazzi, che non ho ancora capito se legati alla 'ndrangheta o a quant'altro, che so, all'Opus Dei o ai salesiani...



Due sono le cose che Dio non sa: cosa pensi davvero un gesuita e da dove prendano i soldi i salesiani

Ritornando all'assassinio Sindoni, ho trovato in questi giorni un accorato intervento di Ugo Di Martino, che senz'altro farà riflettere.

sabato 1 febbraio 2014

C'era una volta... Gennaro Aliberti - Enrico De Nicola - don Luigi Sturzo | Il partito popolare e la lista fascista









C'era una volta un politico impegnato in attività poco onorevoli. Costui intratteneva rapporti con la criminalità organizzata ed era l'organizzatore occulto del lotto clandestino. Con i soldi che guadagnava in modo illecito, corrompeva i giornali e la giustizia, garantendosi l'impunità e creandosi un falso consenso. Dato che non tutti erano in vendita (le persone non sono tutte uguali, per fortuna), un giornalista cominciò a denunciare apertamente le sue connivenze con la camorra e la sua opera di corruzione.
Dato che questa storia si svolge in un paese fascistoide, servito da leggi proto-fasciste, quel delinquente di politico (quell'autentica merda), denunciò il giornalista per diffamazione.
Così il giornalista finì in carcere per aver detto la verità, dove morì (molto casualmente) poco tempo dopo, all'età di 42 anni.


L. S.





Anni dopo, un prete (come ce ne sono pochi), leader di un partito politico, vietò a quel rifiuto umano di Gennaro Aliberti di riciclarsi nella propria lista.
Perciò, quella merda ambulante andò ad ingrassare con la propria presenza, i soldi sporchi e la rete delinquenziale di affiliati, un'altra poco onorevole fazione politica.


martedì 28 gennaio 2014

Il caso Filippo Sindoni: “Non si parli di vendetta” di Enrico De Simone, "La Voce d'Italia" - Caracas

CARACAS – “Nemici? Fu per 22 anni presidente di Casa Italia Maracay, ha speso tesori assistendo i più sfortunati, in particolar modo gli italiani. E’ arrivato perfino a pagare le cure in Italia a chi non se lo poteva permettere”. Mario Martinelli, stretto collaboratore di Filippo Sindoni, neanche vuol sentir parlare di una vendetta verso chi, dal nulla, ha creato un impero economico capace di “dare lavoro a mezzo stato Aragua”.


Sta agli investigatori stabilire perché l’imprenditore italiano conosciuto come “il re della pasta” sia stato ucciso, dopo appena tre ore dal suo sequestro, avvenuto verso le otto di sera di martedì a Maracay. La morte di Sindoni risalirebbe alle 23.30 di quello stesso giorno. I killer si sono accaniti su di lui, con spietata ferocia. Lo hanno imbavagliato, bendato, gli hanno legato polsi e piedi con nastro adesivo. Poi lo hanno picchiato selvaggiamente, torturato con tagli in tutto il corpo e, alla fine, il colpo di grazia con un colpo di pistola alla testa che lo ha trapassato da una tempia all’altra. “Abbiamo trovato persino il segno di due forti morsicature alle gambe – ha riferito ai giornalisti il procuratore generale Isaías Rodríguez. Pur non scartando alcun movente, Rodríguez giudica poco probabile l’ipotesi del sequestro: “I fatti si sono svolti in modo troppo rapido e violento. Se è stato davvero un sequestro, allora è stato un sequestro mal eseguito da parte di dilettanti. Noi stiamo lavorando su tutte le ipotesi, senza tralasciare alcuno scenario”. 

Filippo Sindoni


Sul fronte delle indagini, l’alto magistrato ha reso noto che sono nelle mani degli inquirenti il veicolo su cui viaggiava Sindoni al momento del sequestro, una Honda Accord, e tre identikit realizzati sulla base dei dati forniti da Jesús Soto, l’autista di Sindoni, l’unico testimone del sequestro e, in quanto tale, da ieri sottoposto a vigilanza speciale. L’industriale è stato rapito da alcuni uomini vestiti da poliziotti che hanno simulato un posto di blocco. L’ipotesi che quegli uomini – quattro in tutto – fossero dei veri agenti non è stata affatto scartata. Rodríguez ha reso noto che già nella serata di martedì aveva richiesto al ministro degli Interni, Jesse Chacón, il permesso di inviare una commissione d’indagine interna da Caracas alla polizia regionale di Aragua, affinché non fossero trascurate le verifiche del caso. Infine, un pensiero di cordoglio in memoria del defunto: “Filippo era un grande amico, una persona a me molto vicina, con la quale ho condiviso, nel tempo, tanti affetti”. Anche per questo, ha aggiunto, mi impegno a scovare e punire i responsabili.

Le spoglie di Filippo Sindoni saranno conservate fino a oggi in una camera ardente allestita presso la Casa d’Italia Maracay. Questo pomeriggio, alle ore 16, il vescovo della città, monsignor Del Prete, pronuncerà un’omelia in memoria del defunto. Probabilmente già domani i resti dell’imprenditore prenderanno il volo per l’Italia, dove saranno tumulati a Capo d’Orlando, nel messinese, il paese che, quasi 75 anni fa, gli diede i natali.
Pubblicato il 30 marzo 2006 da Enrico De Simone - 31/3/06

mercoledì 22 gennaio 2014

Intervista a Gianni Cappelin - Il Giornale, organo di propaganda del piduista Berlusconi | Filippo Sindoni


Quel paio di cose che so sul caso Sindoni

Lì per lì Gianni Cappellin, risvegliato di soprassalto, non capì che l'aggressore gli stava già tagliando la gola a punta 'e cuchillo, a punta di coltello, con un solo movimento dal basso verso l'alto, come si fa con i merluzzi. «Non riuscivo a respirare. Pensavo che l'energumeno mi stesse soffocando premendomi il gomito sul collo. Urlavo per svegliare Claudia, ma non udivo la mia voce. Per forza: l'aria dei polmoni usciva dalla trachea già squarciata». L'ultimo fiato fu per un'implorazione muta: «Signore Iddio, aiutami ti prego, dammi la forza di reagire». Il morituro non poteva sapere che a segargli la gola era Jesus Maria Peña, detto Chuo, di anni 30, pescatore dell'isola di Margarita. Jesus lo stava uccidendo, Gesù lo stava salvando.
I merluzzi, quando li sgozzi, non perdono sangue. Gli uomini sì. «Ho scoperto in quell'istante che il sangue è uno straordinario lubrificante. Infatti la mano destra dell'assalitore perse la presa sul coltello. Io gli morsicai la sinistra con cui mi tappava la bocca e riuscii, non so come, a togliermi la lama conficcata nella laringe». Disorientato dall'inaspettata reazione, il malvivente mollò la presa e fuggì. Cappellin ebbe il tempo per una seconda invocazione: «Dio, fa' che mia figlia non mi veda morire così».
Arrivato a questo punto del racconto, il redivivo comincia, senza accorgersene, a sbattere a intermittenza le palpebre in modo parossistico. È come se cercasse di non riguardare il film della sua fine imminente. Già gli tocca rivederlo in sogno quasi ogni notte. È la moglie Lidia ad accorgersi per prima dell'incubo: «All'improvviso il letto comincia a tremare. Accendo la luce e vedo il suo corpo che sussulta, su e giù, su e giù». Al mattino lui si ricorda solo che lo stavano scannando per poi violentargli la figlia e farle fare la sua stessa fine. Che è esattamente quanto stava per capitargli all'una di notte di quel 25 luglio 2011.
Gianni Cappellin credeva di morire sulla Coral Queen, la sua barca d'altura ancorata al largo dell'isola della Tortuga, paradiso terrestre a 48 miglia alla costa del Venezuela. «Dieci ore di dissanguamento prima che un elicottero di fabbricazione russa della Protezione civile venezuelana mi aviotrasportasse alla clinica privata San Roman. Fossi finito in un ospedale pubblico di Caracas, dove manca persino il filo da sutura, addio». Invece è ancora qui. Sul collo ha una cicatrice di almeno 20 centimetri, quasi da un orecchio all'altro, che ha già richiesto un primo intervento di chirurgia plastica. Se ancora vive, è solo perché il coltellaccio di Jesus detto Chuo - che lui non ha timore di chiamare «il negro» per distinguerlo etnicamente dal complice, «l'indio», mai assicurato alla giustizia - gli lacerò sì il 45 per cento della trachea ma fu fermato miracolosamente a due millimetri dalla carotide e a uno dalla giugulare. «Mezzo chilo di pressione in più, mi ha spiegato il chirurgo, e oggi non sarei qui a parlarne».
Non s'è limitato a parlarne. Ha anche scritto un memoriale di 256 pagine, L'uomo di sale (Mauro Pagliai editore). «Per non finire in manicomio. Me l'ha consigliato la psichiatra che mi seguiva durante la riabilitazione. Ha idea di che cosa significhi vivere per due mesi con un tracheostomo, in attesa che ricrescano i tessuti del collo? È una sensazione continua di soffocamento, di morte imminente, che non augurerei neppure a un animale». Il titolo del libro ha una duplice spiegazione. «A tentare di uccidermi è stato un uomo bruciato dalla salsedine del mare, figlio, come avrei scoperto dopo l'arresto, di una famiglia di pescatori che conoscevo da lungo tempo. Ma si chiama L'uomo di sale anche un quadro del pittore Ender Cepeda, che acquistai 20 anni fa. Quando mia figlia Claudia tornava dall'asilo, lo additava: “Papà!”. Ebbene, solo al mio ritorno dall'ospedale mi sono accorto che quella figura ha il collo attraversato da un taglio rosso identico al mio. Gli amici adesso mi sconsigliano di tenerlo in casa: “Gianni, brucialo! È come il ritratto di Dorian Gray».
L'autore ha dedicato il libro alla memoria dei 19.216 venezuelani che nel 2011, come ogni anno, sono stati ammazzati. Muertos de balas, morti di pallottole, o machetados, fatti a pezzi col machete. Dai 50 agli 80 assassinati ogni fine settimana nella sola Caracas, una delle città più violente al mondo. «Ormai i giornali non pubblicano nemmeno più le notizie: solo gli elenchi forniti dagli obitori. Alle 21.30 scatta un tacito coprifuoco e 2 milioni di auto spariscono dalle strade. Il 98 per cento dei delitti resta senza colpevoli. L'impunità dei criminali è l'unico successo che si può ascrivere a quel Gheddafi tropicale che fu il comandante Hugo Chávez. “Ser rico es malo”, essere ricchi è male, predicava. Questi sono i risultati. I ricchi vanno uccisi perché sono cattivi».
Di famiglia veneziana ma nato nel 1957 a Milano, dove s'è laureato con 110 alla Bocconi, Cappellin vive dal 1976 nella capitale del Venezuela, dove ha fondato la Alnova, una società di import-export con 200 dipendenti e 20 milioni di dollari di fatturato annuo. In un Paese dove la benzina costa molto meno dell'acqua (un centesimo di dollaro al litro, cioè 19 delle vecchie lire italiane), ha pensato bene di diventare esclusivista di marche famose nel ramo vini e alcolici, fra cui Heineken, Campari e Cinzano. È uno dei 180.000, su circa un milione di connazionali trasferitisi laggiù, che vuole mantenere la cittadinanza d'origine.
Perché è finito in Venezuela?
«Ci andò per primo nel dopoguerra mio zio Paolo, sarto, che oggi ha 94 anni e durante il periodo coloniale aveva aperto ad Addis Abeba il più grande emporio dell'Etiopia. Era convinto che i russi avrebbero invaso il nostro Paese. Poi fu la volta di mio padre Ferruccio: insieme allo zio commerciava macchinari per le industrie. Io seguii il loro esempio perché mi rendevo conto che nell'Italia post sessantottina, fra contestazioni e scioperi, era impossibile fare gli imprenditori».
Meglio importare champagne in Sudamerica.
«In realtà all'inizio eravamo rappresentanti dei sottaceti Ponti e della Bonduelle. Ma nel 1982 il presidente Luís Herrera Campíns cambiò in appena tre settimane le regole del gioco, proibendo le importazioni di prodotti alimentari. Così ci buttammo sugli alcolici».
Sua moglie è italiana?
«Nata da italiani in Venezuela. Di cognome fa Bruttini. Il nonno materno, Irmene Milani, bolognese, fondò nel 1932 il primo pastificio del Sudamerica».
Avevate già avuto nel 1995 un esempio di quanto a Caracas la vita umana non valga nulla.
«Sì, ci entrarono in casa di notte in tre. Anche quella volta mi ritrovai con un coltello alla gola e la canna di una pistola premuta sulla fronte. Mia moglie fu selvaggiamente picchiata. Minacciavano di violentare Claudia, che aveva appena 3 anni. Da allora giurai a me stesso che non mi sarei più fatto cogliere alla sprovvista: meglio morto che sottomesso».
Nel 2011 c'è andato vicino.
«Ho trovato la forza di reagire, nonostante nella colluttazione per estrarmi il coltello dalla gola mi sia ritrovato anche col pollice destro tranciato a metà, l'indice sinistro scoperchiato, i tendini recisi. Quel maledetto 25 luglio mia figlia era rientrata in Venezuela da appena un giorno. Aveva finito l'anno accademico alla Cattolica di Milano, dove poi si sarebbe laureata in economia. Decisi di portarla in gita alla Tortuga. Lì siamo di casa da 25 anni. Mia moglie era rimasta in Italia a curarsi dopo un infarto. Dai nostri aggressori avevo comprato cinque aragoste appena pescate. Li conoscevo di vista. Avrei dovuto intuire da un loro commento su quanto si fosse fatta carina mia figlia qual era il loro piano: salire a bordo di notte, ammazzarmi, stuprarla e infine tagliare il collo anche a lei. Invece la mia supplica a Dio trovò ascolto, perché Claudia nell'oscurità riuscì a mettersi in salvo sgusciando fuori dalla cabina e rimanendo aggrappata al corrimano esterno della barca fino a quando i banditi non si furono dileguati in mare».
Da chi fu salvato?
«Devo la vita a Richard, un inglese di cui non ho mai saputo neppure il cognome, uno skipper somigliante a Rambo. Con la sua compagna, era diretto in Oceania su un veliero. Ha soccorso Claudia che, coperta di sangue e disperata, era andata in gommone a chiedere aiuto ai proprietari di vari yacht ormeggiati in zona. Tutti l'avevano scacciata. Uno, infastidito, la rimproverò persino d'avergli svegliato i bambini con le sue urla. Solo Richard ebbe il coraggio di salire a bordo e di lanciare l'allarme. Poi arrivarono anche due italiani, Guido Cavalli e Marco Calosso. Tutt'e tre, vedendo com'ero conciato, diedero di stomaco. Io, con la carotide mozzata, mi sentivo in procinto di morire».
Però pregava che ciò non accadesse sotto gli occhi di sua figlia.
«Ero entrato in una calma serafica. Avevo fatto tutto il mio dovere di padre: a Claudia non era stato torto neppure un capello. Non è vero, come dicono, che in quegli attimi ti passi l'intera vita davanti agli occhi. A me l'unica cosa che rimbombava nella testa era La guerra di Piero di Fabrizio De André: “Ninetta bella, dritto all'inferno, avrei preferito andarci d'inverno”. Pensavo: ma guarda te se devo morire alla Tortuga sgozzato come un maiale da una testa di cazzo!».
Che fine ha fatto il killer mancato?
«È in galera in attesa di giudizio. Fu beccato a novembre. Confessò subito. Per scoprirne l'identità dovetti assoldare un avvocato d'origine irlandese, Desmond Dillon, che è il miglior penalista di Caracas, e pagarmi i detective privati».
I poliziotti non fecero nulla?
«Non ero morto. Sono straniero. Non si stanziano milioni di dollari per uno che non si chiama nemmeno Missoni. Né si mobilita l'unità di crisi della Farnesina. Quanto all'ambasciata italiana a Caracas, non ha mosso un dito. Era solo capace di chiedermi i vini gratis per i ricevimenti. Ho smesso di mandarglieli».
Da allora com'è la sua vita?
«Il sonno s'è fatto più leggero. Mi rivedo in barca, sottomesso e impotente, ridotto a una cosa in mano ad altri».
Che precauzioni ha preso?
«Vado al lavoro con l'auto blindata. La casa ha una recinzione con la corrente elettrica. Dormiamo in una cassaforte, con la pistola sotto il cuscino».
Tutto inutile. Se uno vuole entrarti in casa, ci entra.
«A Milano mi sento in vacanza: respiro, posso girare a piedi. A Caracas ogni tassista è un potenziale rapitore. Li chiamano sequestri express, durano dalle 6 alle 12 ore, i familiari devono improvvisare una colletta fra gli amici per mettere insieme 10.000 o 15.000 dollari necessari a riscattare l'ostaggio. Alcuni miei dirigenti ne sono rimasti vittime».
Perché non torna a vivere in Italia?
«Non posso. Lei si metterà a ridere, ma ho un dovere sociale verso le 200 famiglie che dipendono da me. Quattordici anni di chavismo hanno smantellato l'apparato produttivo a favore di un'economia controllata dallo Stato marxista. Il Venezuela era autosufficiente per la carne ed esportava le eccedenze agricole: oggi importa il 60 per cento di tutto, con tangenti del 40 per cento su ogni prodotto. L'unico commercio redditizio è quello dei dollari, che al cambio in nero con i bolívares valgono cinque volte più della quotazione ufficiale».
Perché gli Stati Uniti, che liquidarono Salvador Allende in Cile, hanno tollerato invece un amico di Mahmoud Ahmadinejad in Venezuela?
«Chávez era più bravo di Benito Mussolini. Un incantatore di serpenti. Se fosse andato a intervistarlo, il dittatore si sarebbe prima fatto preparare una scheda su di lei e l'avrebbe ammaliata parlandole della storia della famiglia Lorenzetto. Con la sua democratura, incrocio fra democrazia e dittatura, per i petrolieri era il partner ideale. Blaterava contro gli americani, ma non ha mai smesso di vendergli il milione quotidiano di barili che loro si aspettavano. Il Venezuela il petrolio lo regala: a Cuba, al Nicaragua, alla Bolivia. Chávez firmò un contratto con la Cina che impegna il governo di Caracas a cedere a Pechino fino al 2025 un milione di tonnellate giornaliere a metà del prezzo di mercato. Siamo alla follia: le due più grandi raffinerie sono scoppiate per mancanza di manutenzione e oggi dobbiamo importare la benzina dal Brasile e dagli Usa».
Chi è l'italo-venezuelano più ricco?
«L'hanno rapito e ammazzato nel 2006. Si chiamava Filippo Sindoni, imprenditore di origine siciliana che comprò da noi i macchinari per il suo pastificio».
Quale insegnamento ha tratto dalla tragedia che le è capitata?
«I buoni non vincono mai. Al massimo pareggiano».



stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

lunedì 20 gennaio 2014

Ucciso Filippo Sindoni | La Voce d'Italia - Enrico De Simone

CARACAS 29 marzo 2006 – Il corpo senza vita di Filippo Sindoni, l’industriale aragueño rapito a Maracay nella serata di martedì da due falsi poliziotti, è stato ritrovato nel tardo pomeriggio di ieri nel settore Los Arenales del municipio Torbes, nello stato Lara, abbandonato sul ciglio della strada che unisce Barquisimeto e Carora. Presentava due ferite d’arma da fuoco. La notizia è stata confermata ufficialmente dal commissario capo del Cicpc Lisandro Zapata. Al momento, ha detto Zapata, si indaga a 360 gradi, senza escludere alcun movente: sequestro, delitto su commissione, vendetta. Un testimone, ha aggiunto, sta collaborando con gli investigatori.


Si è chiusa così nel peggiore dei modi una vicenda iniziata nella serata di martedì, quando verso le otto di sera Filippo Sindoni, cavaliere del lavoro della Repubblica italiana e stella di primo piano del panorama imprenditoriale venezolano, veniva rapito fermandosi a un falso posto di blocco. Due uomini travestiti da poliziotti lo portavano via, dopo aver stordito con un colpo alla testa e poi abbandonato il suo autista-guardia del corpo.


Ieri mattina, in una riunione tra familiari e amici dell’imprenditore, si stabiliva la linea da seguire: riserbo assoluto su quanto accaduto, nel solco di quanto fatto da altre famiglie colpiti dalla piaga dei sequestri di persona. Solo che, in questo caso, non è affatto detto che si sia trattato di un sequestro a scopo di estorsione, come già sottolineato dal commissario Zapata. L’unica cosa certa è che, una volta di più, brilla l’insicurezza in cui è sprofondato il Venezuela. Venire rapiti a un posto di blocco della polizia o supposto tale è già accaduto, lo scorso 23 febbraio, a Caracas, ai fratelli Faddul, tre giovani (12, 13 e 17 anni di età) di origine libanese. E sono stati uomini vestiti da poliziotto a rapire, lo scorso novembre a Ciudad Bolívar, l’italovenezolana Paola Fiorella Carlesi D’Amico, liberata dopo 21 giorni passati in una prigione che non era altro che un buco scavato nella terra. Resta poi tutto da definire il ruolo avuto da elementi della polizia dello Zulia nel sequestro e uccisione di Rosina Di Brino, la 22enne italovenezolana trovata cadavere nel Lago di Maracaibo il 22 febbraio.

Filippo Sindoni
Ieri mattina abbiamo parlato con rappresentanti dell’ambasciata italiana, mobilitata in tutti i suoi organismi per l’improvvisa crisi costituita dal rapimento di “un grandissimo personaggio non solo della comunità italiana, ma di tutta la realtà venezolana”, per citare le stesse fonti diplomatiche. L’ambasciata si era premurata persino di avvertire il presidente Hugo Chávez, che certo era informato del fatto; in ogni caso una cortesia dovuta, visto che Chávez e Sindoni erano amici sin da quando quello che poi sarebbe diventato il “Primer Mandatario” era un ufficiale dell’esercito di stanza a Maracay. In merito alle indagini le bocche erano assolutamente cucite, una cosa però è trapelata: l’intenzione di organizzare un incontro con il ministro degli Interni, Jesse Chacón, proprio per affrontare la questione dei sequestri e, più in generale, dell’ordine pubblico. Oggi più di ieri, crediamo che ce ne sia proprio bisogno. 

domenica 19 gennaio 2014

Los escualidos: media e manipolazione | Anna Grazia Greco e la cricca Codazzi

Los escualidos, opposizione imperialista al governo Chavéz, dispongono di grandi risorse economiche e sono presenti su diversi media del Paese, dalla Tv alla radio, da internet ai quotidiani. Il colonialismo culturale, infatti, rappresenta una fetta importante della politica estera americana. I format televisivi e gli articoli sono ovunque gli stessi. 
Per farsene un'idea basta visionare i media che fanno capo al noto piduista Silvio Berlusconi, l'amerikano.

El caballero escualido, Marino Marini
Los escualidos infatti hanno tante disponibilità ma poca fantasia: sono ripetitivi fino alla noia. Ora, tra quella gentaglia per cui ho lavorato a Caracas, i rappresentanti della Giunta Direttiva del Codazzi, c'era un'alta concentrazione di escualidos. Squallidi e mariuoli. Per quanto molti di essi ostentassero ammirazione per Hugo Chavéz, erano di fatto legati mani e piedi all'opposizione imperialista. Qualcuno vantava anche una rete televisiva facente capo al network de los escualidos
Un vero e proprio branco di chiaviche!
Questo spiega come mai, nonostante la continua ostentazione di beni materiali: auto, abiti, e l'apparente internazionalismo, quella gentaglia vivesse praticamente reclusa dentro ville-bunker, inaccessibili luoghi di lavoro ed esclusivi club tematici... In sostanza, le loro infami vite all'apparenza così brillanti, si svolgevano tra una cerchia molto striminzita di persone a loro simili: la minoranza infame.
In realtà, queste osservazioni sugli affiliati dell'ACE "Agustin Codazzi" di Caracas sono la calzante metafora di tutti los escualidos del mondo: polli di batteria che si credono albatros.

Los escualidos della cricca Codazzi mal gestiti da Anna Grazia Greco

sabato 18 gennaio 2014

Los escualidos del Codazzi e l'emergenza sanitaria in Venezuela | Agustin Codazzi - Anna Grazia Greco

Caracas, gennaio 2005 - Poco tempo dopo, alcuni organi d'informazione di stampo imperialista, che lì a Caracas erano all'opposizione sotto il nome di los escualidos, hanno cominciato a tambureggiare sui media nientemeno che un'emergenza sanitaria a livello nazionale. Una roba fantascientifica. E molto casualmente, quando mi sono ripreso dal pernicioso avvelenamento, nella clinica dell'azienda sanitaria Sanitas, hanno provato a convincermi che avevo avuto un dengue emorragico. Al momento sono anche riusciti a farmelo credere, tanto che cominciavo a convincermi che quell'emergenza sanitaria esistesse davvero. Emergenza dengue, dunque.

Paolo Scartozzoni, funzionario Mae in visita a Caracas
Il contratto con la Sanitas l'avevo firmato dietro indicazione della "Giunta Direttiva" del Codazzi ed è anche l'unico contratto legale che possa vantare dopo ben 2 anni di lavoro con quella gentaglia. Si noti bene: convocato dal Ministero degli Esteri, tramite Anna Grazia Greco, che aveva preso il posto del dirigente Bruno Teodori.
Avevo dimenticato di aggiungere che, nel dicembre 2004, mentre stavo morendo, scaduto il visto turistico, ero diventato anche clandestino. Il che all'atto pratico vuol dire che un qualsiasi figlio di puttana, tipo quel cornuto dell'attuale capo della "Giunta Direttiva" del Codazzi, Adriano Giovenco, avrebbe tranquillamente potuto affermare che "loro" a me non mi conoscevano, dunque io ero andato fin lì per sport... 

Queste non sono speculazioni, né dietrologia, ma la banalissima realtà dei fatti. Nel 2006, infatti, in un tribunale, quei quattro cornuti hanno fatto queste precise affermazioni. False. Con la piccola differenza che, essendo sopravvissuto, li ho potuti non solo contraddire, ma anche sputtanare con le loro stesse menzogne (quei gran figli di troia). Punto.


Ule, Escuela Agustin Codazzi Caracas - stencil art 2006